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- “Mondo Matrioska” è, a mio giudizio un titolo non casuale ma particolarmente indovinato: l’album infatti sembra quasi un contenitore, una vera e propria matrioska che si apre e svela canzoni tutte diverse stilisticamente…
“Spesso il titolo è l’ultimo passo di un processo creativo, è difficile trovarne uno. In un disco dover identificare un concetto che riassuma tutto è impresa ardua: siccome “Mondo Matrioska” è anche uno dei brani più rappresentativi di questo mio primo lavoro, anche per la mia idea di mondo inteso come una grande matrioska, ho scelto così. Per me questo album è anche un puzzle, un insieme di tante sonorità. Volevo far capire agli ascoltatori che fosse un qualcosa di eterogeneo ma anche fluido”.
- I primi due pezzi, “Quintino ha perso il treno” e appunto la title track, sono quelli più radiofonici: quasi una scelta inserirli all'inizio.
“La tracklist non è casuale, queste due canzoni aprono volutamente il disco, proprio per farlo partire in modo tale da suscitare magari subito apprezzamento: bisogna sempre fare i conti con chi andrà ad ascoltare un tuo lavoro. La sequenza delle canzoni è dunque importantissima: il primo approccio è fondamentale, le più radiofoniche sono state messe all’inizio per questo motivo. In realtà sono più affezionato a “Non dimenticare” e volevo inserirlo in apertura, però è più raffinato rispetto ai due pezzi suddetti ed ho perciò optato per la sequenza che trovate sul cd”.
- “Quanta strada”, fra le tracce presenti, è la migliore a nostro giudizio: come nasce?
“Parla di un amore non corrisposto, quindi la strada che si fa per arrivare a conquistare una donna senza poi esito. Insieme a “Non dimenticare” è la canzone con più sapore latino dal punto di vista degli arrangiamenti. L’apporto dei fiati, in particolare di Carmine Ianieri, è stato fondamentale: lui è un amico ed è un grande jazzista . Il sound fluido e latino è dovuto a lui ed anche al batterista Alberto Biondi”.
- Anche in “Non cadrai” continui a flirtare con sonorità raffinate ed eleganti: questo sembra quasi essere una sorta di tuo marchio di fabbrica ascoltando anche l’intero disco.
“Ho fatto molte esperienze nel campo musicale. Quando ho cominciato a pensare di diventare un cantante, approfondendo l’uso della voce, mi sono confrontato con grandi come Frank Sinatra, ho cercato di eseguire gli standard del genere, cioè seguire la strada di crooner importanti, anche quelli italiani come Nicola Arigliano. Questo è il “territorio” in cui mi sento più a mio agio: è una musica più delicata, sussurrata ed intima. È molto facile giocare con le dinamiche, nel momento in cui riesci a suonare sottovoce puoi giocar molto di più proprio con le dinamiche, mentre in un brano come “Quintino ha perso il treno” si vira verso uno stile non adatto a questo scopo”.
- “Solo adesso” prosegue la via tracciata da “Non dimenticare” e “Quanta strada”: alla fine si ha come l’impressione che il disco abbia due facce, quella iniziale più radiofonica e la successiva che sposta il tiro su atmosfere più eleganti.
“Il brano “Solo adesso” ci ha dato molti problemi, perché è quello più difficile da far suonare bene. Abbiamo tagliato idee in fase di editing, ad esempio prima c’era una batteria che nel disco non è più presente, ci sono infatti solo dei colori del percussionista. Dal vivo ad esempio lo eseguiamo in maniera diversa: c’è un’eleganza che rimane, anche perché i musicisti che mi accompagnano sono molto vicini al jazz, però si avvicina più al mondo latino. Non mi piace riproporre i pezzi nello stesso modo: magari in sala prove ci si può accorgere che un pezzo ha un’altra vena e lo riarrangiamo”.
- “Trivella più che puoi” è un blues con un testo che può sembrare ambiguo.
“Ha un testo che viene frainteso: molti hanno pensato fosse a sfondo sessuale, invece parla dell’accanimento dell’uomo contro la natura, argomento molto attuale. Abito vicino Lanciano, in una zona dove si parla molto del discorso Ombrina Mare e trivellazione. A me tocca molto come cosa e credo perché credo che non porterebbe nulla di buono alla popolazione. Mi ha colpito molto come tema ed ho voluto mettere nero su bianco in un testo che vede l’uomo come una specie di maniaco sessuale che si accanisce con la vittima indifesa (la natura) fino al midollo e all’ultima goccia della sua ricchezza. Non mi sento un predicatore, dunque era giusto affrontare l’argomento anche in modo ironico”.
- Hai dichiarato di essere molto legato a “Non dimenticare”, brano tra l’altro che riproponi alla fine del disco in una versione reprise che lo chiude quasi idealmente.
“Avevo un concetto in embrione che mi interessava approfondire, rimasto sempre molto forte dentro me: col passare del tempo si tende a perdere quel disincanto che fa parte della nostra personalità da bambini, l’avere cioè la capacità di stupirsi di fronte alle cose. Non bisogna dimenticare di avere uno spirito da bambino dentro: come dico nella canzone “C’è una sagoma lontana che risplende nell’oscurità”, in ogni bambino c’è un’anima che fa stupire. Il pezzo è una bossanova che poi si trasforma in samba, era difficile proporlo in una durata di sei o sette minuti, abbiamo così deciso di spezzarlo in due parti”.
- Alla fine di questa intervista ci piace rivolgerti una domanda quasi provocatoria: se dovessi definire tu stesso “Mondo Matrioska”?
“Ad una domanda così non posso che rispondere in maniera quasi presuntuosa: direi che è “Gae Campana” perché è ciò che sono, mi rappresenta. È difficile fare musica ed avere anche il coraggio di tirare fuori ciò che si ha dentro. Io sono questo, mi viene da dentro: è la mia personalità. Quando suono o ascolto musica amo esplorare vari generi”.
Piero Vittoria
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